Associazione culturale "Il Castello"
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FANTASMI

Cosa è possibile visitare al Castello:
La sala del tribunale
La sala dei tormenti
La cappella del cortile interno
I sotterranei detti dell'inferno
Il carcere


Lacrime e sdegno per questi fatti che hanno coperto di infamia l'umanità e tutti gli uomini al servizio della chiesa che per conto e a nome di essa perseguitarono e uccisero un numero incredibilmente alto di povera gente indifesa. L'ignoranza di quel periodo non scusa quanto successe anche in considerazione del fatto che i carnefici non si trovavano dalla parte delle povere vittime analfabete e indifese e che i perseguitati erano in gran parte donne sole, anziani, ma anche uomini giovani e bambini innocenti. I mandanti che armavano la mano dei boia erano rivestiti con una tonaca e si riparavano all'obra della croce.
Papa Giovanni Paolo II ha chiesto perdono da parte della chiesa, con un atto veramente moderno e coraggioso, per tutte le morti spaventose avvenute durante il sanguinoso e lungo periodo (circa 300 anni) dell'inquisizione.
Atto coraggioso ma che comunque risuona sdridente e inutile.

SULL'ARGOMENTO:

Testi e trattati la stregoneria, su come riconoscere un servo del demonio e combatterlo, sono:
il tragicamente famoso
Malleus Maleficarum

Ebbe circa 34 edizioni in latino tra il 1487 e il 1669

La Quaestio de Strigibus et Lamiis scritta nel 1520

Il De impietate sortilegum, scritto nel 1550

De la démonomanie des sorcières
pubblicato in Francia
nel 1580 e a Venezia,
traduzione, italiana nel 1591

Il De confessionibus
maleficarum
(1589)

Testi che invece levano alte proteste contro il fanatismo
che mieteva vittime tra gli infelici accusati di stregoneria sono da evidenziare quelli del benedettino G. Edeline e del carmelitano J. De Beetz.

Prese di posizione radicalmente critiche nei confronti dei metodi adottati nei processi per stregoneria sono contenute nelle opere dei gesuiti
A. Zanner (1626)
e F. von Speer (1631),
che prendono di mira i pregiudizi in base ai quali molti innocenti finirono sotto la mannaia impietosa del boia.

La storia di Gostanza da Libbiano
incarcerata a Lari e sottoposta ad interrogatorio e tortura
dal tribunale della Santa Inquisizione


Gostanza viene arrestata una mattina di novembre del 1594 all'età di circa 60 anni. E' vedova ed abita a Bagno a Acqua, oggi Casciana Terme, vicino a San Miniato in Toscana. Conosce l'arte di curare con le erbe, a lei ricorrono molte persone e aiuta le partorienti a far nascere i propri figli. Per farsi curare da lei vengono anche da molto lontano oppure mandano qualcuno a prenderla perchè la voce del suo operato si era sparsa di cittadina in cittadina. Un giorno muore un giovane che lei aveva tentato di curare e Gostanza viene accusata non solo di averlo ucciso, ma anche di eseguire pratiche poco chiare e di avere delle relazioni con il demonio. La prima parte del suo processo si svolge sotto la responsabilità di un monsignore che godeva a quel tempo della fiducia sia da parte del potere statale che di quello religioso. Egli si reca a Lari dove interroga, nel palazzo dei Vicari, alcuni testimoni e il giorno successivo la stessa Gostanza da Libbiano che qui venne condotta e rinchiusa nelle carceri.
Sin dal primo interrogatorio emergono dati rilevanti sulla storia della donna e sulla sua attività di levatrice e di guaritrice. Agli interrogatori seguono le torture per estorcere alla donna delle confessioni sulla sua presunta relazione con il demonio. Gostanza da prima nega e poi, scioccata dai suoi accusatori e dai continui maltrattamenti, finisce per convincersi lei stessa di essere l'artefice del maligno e stanca delle toture ammette qualsiasi cosa gli venisse imputata, fosse solo per fermare la mano del suo carnefice. Fu persino raccolta la testimonianze della nipote di Gostanza; una bambina di soli 7 anni.
Il processo prosegue e accanto al monsignore compare un rappresentante del Sant’Uffizio e vicario dell’inquisitore di Firenze che, fino all’ultimo, resterà sempre fermamente convinto della colpevolezza di Gostanza. Poi giunge da Firenze l’inquisitore generale per il territorio del Granducato a presiedere le udienze del processo. Egli legge attentamente le carte del processo prima di interrogare per la prima volta Gostanza e dai resoconti degli interrogatori egli avverte subito un sentore di superstizione alimentato anche da gelosie e ripicche di paese. Di fronte a lui poi Gostanza ritratterà tutte le deposizioni che sino a quel momento aveva rilasciato, solo per timore dei giudici e per evitare nuove torture alla corda. Per il nuovo inquisitore è giunto il momento di tirare le conclusioni. Per le persone di chiesa o per la gente comune ristretta e imbottita dai fanatismi restrittivi clericali, ciò che sopravvive degli antichi culti legati ai vecchi dèi pagani, equivale all'asservimento ai culti dei demoni e Gostanza aveva la sola colpa (se così la vogliamo chiamare) di condividere le credenze diffuse nell’ambiente rurale nel quale era cresciuta. E' per questo che fu additata come serva del demonio ma all'inquisitore generale, uomo dalla mente più aperta rispetto agli altri giudici che avevano avuto il compito di interrogare in precedenza Gostanza, riesce a scavare a fondo alla vicenda vedendola sotto un aspetto meno demoniaco. Gostanza viene prosciolta dall’accusa di stregoneria mossa nei suoi confronti e questa fu la sentenza:

«...di non tornare più alla sua casa, né che si accosti a tre miglia a quei contorni, sotto pena del carcere e della frusta; sotto le medesime pene le vien proibito di medicare uomini, donne o bestie in modo alcuno; le viene imposto di dire inoltre dove va ad abitare, affinché si possa osservare la sua vita per l’avvenire».
C'è chi afferma che anche il suo fantasma inquieto si aggiri tra quelle stanze di tormento, del Vicariato di Lari, pur non avendovi trovato la morte.

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